De Martino e l’Antropocene: la fine di un mondo
DOI:
https://doi.org/10.4454/mefisto.7-1.602Parole chiave:
Anthropocene, Cyclic time, Linear time, ProgressAbstract
La sensibilità di Ernesto De Martino per La fine del mondo induce a rileggere i suoi appunti, le sue riflessioni all'interno del problema oggi sinteticamente definito “Antropocene”. De Martino ha dunque posto le basi per un'antropologia dell’Antropocene? La risposta formulata in questo articolo è certamente negativa. Per De Martino, il tema della fine del mondo è riconducibile alle concezioni tradizionali della storia (siano esse cicliche o lineari), cioè a concezioni che si lasciano travolgere dai cicli inesorabili della natura o che invece collocano la fine, altrettanto inesorabile, al termine di un percorso storico lineare. Contro queste due concezioni, De Martino afferma con forza il principio dell' “infinità della storia umana”, che solo la civiltà occidentale con il suo inimitabile progresso ha saputo concepire e realizzare. Siamo quindi agli antipodi della cultura critica dell’Antropocene e delle preoccupazioni che due contemporanei di De Martino (Claude Lévi-Strauss, autore di Tristes Tropiques, e Aurelio Peccei, fondatore del Club di Roma) avevano lungamente manifestato.
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