"Principium, qui et loquor vobis" (Vangelo di Giovanni, 8, 25). Sull'indirizzo apofatico

Autori

  • Gabrièle Wersinger-Taylor URCA et CNRS-Centre Jean Pepin

DOI:

https://doi.org/10.4454/kqja9t51

Parole chiave:

Enunciation, Apophatism, Damascius, Derrida, Levinas

Abstract

Per gli antichi il nome è theurgico : nominare un dio è renderlo presente, chiamarlo  rivolgendosi a lui. Ora, la linguistica mostra che l'indirizzo è costitutivo di ogni discorso, anche di quello apofatico, quello che non dice nulla, che nega la minima presenza. Ecco perché più il teologo apofatico nega, più ancora il suo destinatario, in questo caso "Dio", nel suo discorso.  Anche il discorso più negativo non sopprime il discorso, ma mette a nudo l'espediente del discorso come in una preghiera. Alcuni pensatori del XX secolo (Emmanuel Lévinas e Jacques Derrida) sono stati costretti a proporre una nozione di trascendenza di tipo diverso da quella solitamente attribuita al divino per esprimerla. Ma già nel secondo secolo della nostra era, il teologo greco di Alessandria, Origene, mostra che il paradosso dell'enunciatore offre una prova vertiginosa dell'esistenza di Dio. Da questo punto di vista, più che scacciare gli dei, una certa modernità rafforza paradossalmente il potere persuasivo del vecchio paradigma teurgico.

Biografia autore

  • Gabrièle Wersinger-Taylor, URCA et CNRS-Centre Jean Pepin

    Professeur des Universités, Spécialiste de Philosophie antique

Pubblicato

2025-12-19