Il fantasma come soggetto
DOI:
https://doi.org/10.4454/a5wf0896Schlagwörter:
Phantasm, Formalization, Subjectivation, Edge, MedialityAbstract
Il presente contributo esplora il Seminario XIV. La logica del fantasma di Jacques Lacan a partire da una serie di enunciati che, per la loro reiterazione ossessiva, ne costituiscono l’ossatura teorica: “non c’è metalinguaggio”, “nessun significante può significare sé stesso”, “e così via”. Tali formule non pongono problemi di verità, ma di implicazione: cosa implica la loro insistenza? Qual è l’effetto della loro ripetizione? L’analisi mostra come la catena significante si muova orizzontalmente, in uno slittamento perpetuo, ma proprio perché mossa da qualcosa che, pur non appartenendo all’ordine dei significanti, ne orienta silenziosamente il movimento: l’oggetto a. Questo oggetto eccede la rappresentazione, significando sé stesso senza significarsi, e si manifesta nella forma grammaticale della diatesi media, figura di una soggettività sull’orlo dell’incipienza, impensabile nei termini tradizionali di attivo/passivo, soggetto/oggetto. L’articolo propone quindi una lettura del Seminario come dispositivo volto non a trasmettere un sapere, ma a suscitare un’esperienza: quella del nodo tra il kath’auto e il pros ti, tra il “per sé” e il “in altro”, tra istituente e destituente. In questa prospettiva, il formalismo lacaniano si rivela non come sapere esaustivo, ma come esercizio fallimentare e necessario, volto a circoscrivere ciò che nella scrittura continuamente sfugge: l’atto stesso del formarsi della forma.
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