MALINCONIA. Ontologia del presente, condizione strutturale o depotenziamento della vita?

2026-03-11

Si può partire da una constatazione che potrebbe essere intesa quasi come una diagnosi del contemporaneo: il significante malinconia – o quello più tecnico di melanconia – è tornato negli ultimi tempi con forza nel lessico filosofico, clinico e culturale. Evidentemente, non si tratta soltanto di una categoria psicopatologica né di una tonalità emotiva individuale: la malinconia sembra oggi offrire una chiave interpretativa privilegiata di ciò che Michel Foucault chiamava "ontologia del presente".

Da un lato, la melanconia appare il nome più adeguato per descrivere una diffusa esperienza di inadeguatezza, caducità e insensatezza che investe il mondo nella sua totalità. Dall’altro, proprio la sua attualità sembra rivelare qualcosa di strutturale e di costitutivo dell’umano. La malinconia non sarebbe allora un semplice sintomo storico, ma l’emergere di una verità più ampia, strutturale e antropologica.

In questa prospettiva, vale la pena senz’altro distinguere preliminarmente la malinconia dal lutto, come già suggeriva Freud: se il lutto ha un oggetto determinato, singolare, la melanconia eccede ogni riferimento specifico e investe l’intero orizzonte del senso. Non è perdita di qualcosa, ma esperienza della perdita del senso come tale. Una descrizione esemplare di questa esperienza abissale si trova in Caducità di Freud, dove la finitezza incrina ogni pretesa di permanenza, oppure anche ne La nausea di Sartre, dove l’esistenza si rivela nella sua opacità e gratuità radicale.

Di fronte a questo pervasivo sentimento malinconico sembrano delinearsi almeno due reazioni fondamentali.

  1. La cattiva caduta: lo sprofondamento nell’“abisso grigio” dell’insignificanza, la paralisi, l’identificazione con la perdita, il senso di colpa
  2. La buona caduta: una modalità di attraversamento della crisi che, pur riconoscendo la precarietà strutturale dell’esistenza, sappia trasformare l’assenza di un senso garantito in occasione di creatività e generatività.

Entrambe le declinazioni condividono un presupposto: la condizione umana sarebbe sempre sospesa sul baratro dell’insensatezza. La malinconia disvelerebbe questa verità, costringendo il soggetto a misurarsi con il rischio della caduta e, insieme, con la possibilità di restare in bilico tra pericolo e riscatto, tra abisso e generazione.

Ma esiste un’altra via, che potremmo chiamare "naturalistico-spinoziana" alternativa a quella "antropologico-clinica" appena descritta. Essa rifiuta di attribuire alla malinconia il privilegio di rivelare la verità dell’umano e la falsità, il carattere fittizio di tutto ciò che le sfugge. La melanconia non sarebbe il luogo di un contatto più autentico con l’abisso che ci abita, bensì una forma di depotenziamento, una diminuzione della potenza di esistere. In questa prospettiva, non si tratta di abitare l’abisso né di trarne una dialettica feconda, ma di comprendere come e perché la vita si separi dalla propria forza, e come possa riappropriarsene.

La rivista selezionerà contributi che, a partire da prospettive filosofiche, psicoanalitiche e interdisciplinari, esplorino criticamente il tema della malinconia, interrogandone lo statuto teorico, clinico ed esistenziale.

Possibili assi tematici

  • Malinconia e ontologia del presente
  • Differenza tra lutto e melanconia nella tradizione psicoanalitica
  • Caducità, finitudine e perdita del senso
  • Malinconia e nichilismo
  • La “buona” e la “cattiva” caduta: crisi come paralisi o come risorsa
  • Prospettive dialettico-antropologiche sulla malinconia
  • Critica spinoziana della tristezza e della diminuzione di potenza
  • Malinconia, creazione artistica e produzione simbolica
  • Malinconia e clinica contemporanea
  • Figure storiche della malinconia: da Aristotele a Benjamin

 

Saranno particolarmente apprezzati contributi capaci di mettere in dialogo filosofia e psicoanalisi, teoria e clinica.

Le proposte potranno essere inviate entro il 15/04/2026 ai seguenti indirizzi email: matteo.bonazzi@univr.it e tiresia@ateneo.univr.it.